Quelle di Lorenzo Spinazzi sono
"Vie del Mistero" percorse però con sapienza
e profonda consapevolezza. Certo il mistero vi appare come suggestione
atmosferica ma l'insieme dell'opera dichiara un rigore ideativo,
compositivo e tecnico tale da indurre riflessioni sul simbolo,
sulla filosofia dell'arte e sulla teoria della forma che permangono
oltre l'occasione di un incanto o di uno smarrimento.

Siamo di fronte a un disegno eseguito con rara eleganza, a finestre
capaci di allargare lo spazio di una stanza, di offrire un respiro
di straniamento alla quotidianità, di fronte ai doni di
un'immaginazione sovraeccitata che si esprime con raffinatissima
perizia. Le litografie di Lorenzo, come ogni buona opera d'arte,
manifestano queste qualità anche all'osservatore più
distratto e meno edotto, ma è straordinario ciò
che svelano all'amatore d'arte.
Prendiamo a esempio la forse ancor non spenta, stolida diatriba
tra i sostenitori dell'"informale" e quelli del "figurativo".
"Il pittore deve andare oltre la rigidità delle forme,
esprimersi con colori e segni liberi come libere sono le sue emozioni,
lasciando al fruitore di riconoscere e delineare nell'indeterminatezza
le proprie proiezioni formali" arrischiavano gli uni.
"Solo chi ha immaginazione limpida e chiaramente la sa trasmettere
a tutti, interpretandola con forme riconoscibili e naturali può
chiamarsi pittore. Solo finge il pittore ciò che veder
si puote, delle cose le quali veder non si possono nulla deve
importarsene al pittore" sostenevano gli altri sulle
note dell'Alberti.
Nel frattempo, ed era il 1973, Spinazzi tracciava la sua matita
grassa sulla pietra, scalfiva col bulino alla ricerca di una finezza
di segno non altrimenti consentita da quella tecnica, e la sua
arte volava alta sopra quelle "discussioni da caffè".
Sulle carte soffici l'acqua evaporava forme colte nel loro manifestarsi
dal caos, l'oleosimpatico trascriveva le leggi che tessono l'unità
e la completezza dell'opera, la sua matrice d'energia e la sua
volontà di cosmo.
Un'interazione costante tra la preponderanza del plasma e gli
argini dello spirito, non contrapposti ma intessuti, conosciuti
entrambi come elementi indispensabili a un mondo compiuto e che
si compie a ogni nuovo sguardo.
Così tra architetture, forme e figure scorre l'irruenza,
con la grazia argentina di un ruscello il cui traboccare tiene
quelle in un volo sospeso, immoto e metafisico.
Si crea, in uno spazio poliprospettico, che conferma sul campo
le intuizioni ragionate di Panofsky, un territorio magico e onirico,
luogo di eventi interiori e ulteriori al tempo stesso, fin quasi
al paradosso di un movimento che, invece, non generi tempo affatto.
Un luogo e un'esperienza cui sovrintende, algida e amorevole,
la Geometria del simbolo, summa sintesi, rassicurante o inquietante
secondo la coscienza di chi osserva.
Si può dire che questo luogo della pietra e della carta
ha trascritto sogni solo se li chiamiamo premonitori. Le intuizioni
di trasparenza, i layers che filtrano aree dell'immagine
moltiplicandone lo spessore, sono oggi lavoro abituale per la
migliore grafica digitale, ma la ricerca di Spinazzi la precede
di vent'anni e ha forse contribuito a formarne le classi astratte.
È innegabile che la sua abilità ha prodotto implementazioni
e oggetti , tecniche e immagini che sono ancor oggi in
grado di reggere, con vantaggio, il paragone.
Questi lavori sono infatti gli unici, tra quelli sinora esposti
nel Museo Nuovo Rinascimento, a non trarre beneficio dalla riduzione
e dalla retroilluminazione del monitor; per chi, fervido assertore
del digitale come me, ha avuto la fortuna di vedere le stampe
originali, di poterle osservare con una lente, è doveroso
ammettere che la loro riproduzione soffre enormemente della grossolanità
del pixel, incapace, alle risoluzioni consentite da Internet,
di rendere giustizia a quella meravigliosa cura del dettaglio
che è una delle caratteristiche di Lorenzo Spinazzi.
Non si deve però pensare questo artista come limitato o
quasi prigioniero di un perfezionismo esclusivo, che tutto si
realizzi nella padronanza di una tecnica grafica difficile e appagante.
Lorenzo implementa la preziosità del virtuosismo su un
autentico genio eclettico e vi affianca il sincero impegno culturale.
Le sue manifestazioni, sin dall'inizio (1964), hanno spaziato
oltre le frontiere delle tecniche antiche per abbracciare la multimedialità,
ben prima che questa diventasse luogo comune con la diffusione
dei personal computer. Già le sue prime esposizioni
qualificavano le gallerie con lo stimolo della provocazione intelligente,
agendo con il simbolo per sincretizzare più discipline:
disegno, scultura, performance, installazione, costume; intelaiate
nella scenografia, cucite con la musica e la coreografia per generare
magici teatri dell'arte e della memoria.
Umberto Sartory