Stefano Momentè

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La via del cuore
Opere 2004-2005

Il book

 

Il simbolo unisce le cose che all'apparenza sono disparate. Ecco perché la figura, oltre alla sua concretezza, può anche raccontare 'altro', lontano dalla solidità della cosa. Quando la figura se ne va e l'oggetto si vergogna a dichiararsi tale, rimane una nostalgia, oppure altro; forse quello che la tradizione pittorica ha deciso di chiamare "astratto". In quel "tratto lontano da ogni cosa" si nascondono le migliori insidie dell'interpretazione.

La pittura di Stefano Momentè non è astratta, non abbandona la figura, perché sceglie volontariamente di osservare oltre le apparenze, quelle che l'antica filosofia greca o l'induismo, identificano proprio nella figura, nel corpo. In questo "non dire" la figura, Momentè cerca il simbolo. Così rimane l'evento, indagato per segni, dichiarato, con i segni/lettere che, oltre a legarsi alla tradizione delle tecniche pittoriche dell'avanguardia italiana, scelgono di parlare chiaramente, con linguaggio noto ed ordinato. In quel caso si è "dentro" la cosa (Sbirciando dal ventricolo sinistro) ed il "guardare" si propone giustamente ambiguo, per l'impossibilità di stabilire se ciò che vedo è interno o esterno.

L'indagine, tra stabilità e mutamento, prova tecniche miste che si alternano o si mischiano sulla tavola, la tela, la iuta, nei modi incuriositi di come l'organico diventi inorganico e viceversa: la polvere, il talco, il gesso, lo zucchero. Sostanze primarie, Ida, nutrimento, ed allora causa prima di tutto ciò che vive, come la nascita, il permanere e la morte, perché se si sceglie il simbolo allora la strada si rivela proprio mentre si nasconde ed anche la narrazione deve raccontare la contraddizione ambigua, la difficoltà di capire, la mediazione e la meditazione. Il bronzeo giallo di Pingala è vicino eppure lontano, il custode della porta può spalancare il sole e permetterci di vedere oltre. Il nostro cammino appartiene però alla terra di mezzo (Tra Ida e Pingala si snoda la via) e ci rimane il compito difficile di scegliere. La scelta può anche fondarsi, affidarsi ai principi, alle virtù. Come il Prema, l'amore (Prema, per me la prima virtù), osservando la sua duplice capacità di unire le cose e di separarle. Ecco perché Stefano Momentè non è un astrattista, scegliendo invece l'indagine della figura, non negandola, ma scrutandola al confine, poco prima del simbolo.

Aldo Trivellato

 

(…) La pittura astratta di Stefano Momentè è sapienziale, in quanto esprime l’esigenza vitale di segretezza e difficoltà del simbolo. (…)
La produzione di Momentè ha volutamente carattere alchemico, come, del resto, dichiara lo stesso Artista. L’alchimia è ricerca delle verità nascoste, degli archetipi, a differenza della scienza, che non se ne cura ed al massimo cerca cause prossime.
Come gli alchimisti, agli archetipi, alle verità intuite, Stefano Momentè assegna dei nomi – per gli adepti, Mercurio, Zolfo, Sale – o titoli, che scaturiscono per proiezione dalla stessa opera, la integrano, la coagulano, divenendo con essa una sola cosa.
prema per me la prima virtù/ tra ida e pingala si snoda la via/ sbirciando dal ventricolo sinistro/ rette che si intersecano/ fuori e dentro di me/ dal due l’uno/ nascendo quotidie morimur/ ogni cosa increata/ l’inizio e la fine (e tutto ciò che sta nel mezzo)/ esperienza alchemica a tecnica mista/ esperienza alchemica ad affresco su tela/ alla continua ricerca di atlantide/ ab origine/ affresco su tela 1 e 2/ gnosis/ quattro numeri bastano al creatore
Ai nomi corrispondono i colori. Nero, bianco, rosso, i colori delle fasi dell’Arte Reale. Oro, il colore della proiezione. Ma v’è anche del piombo.
La pittura di Momentè si esprime e comunica per mezzo di allusioni simboliche. È mistica, nel senso che si pone nei confronti della Natura con amore, con sommo rispetto, con insopprimibile desiderio di assoluta appartenenza.
Il percorso degli uno più sedici (dieci la divinità, sette il compimento della Grande Opera) dipinti ci pare il seguente:
io vaso mistico barlume primo sussulto fremito presa di coscienza sé accanto al cuore m incontro al mondo razionale conflitto universo geometrico dolore scoperta della duale io – alterità fatica riduzione all’uno previsione di morte riflessione della conquista mistica natura increata scorrimento continuo coincidenza di fine ed inizio abbandono fiducioso conoscenza arcana ricerca continua mito originario accoglienza luminosa divina natur.
Stefano Momentè, nelle sedici opere 2000 – 2002 riassume la vicenda personale ed individuale dell’essere finito, composto di sangue e carne, il Sale, ed il suo annullamento nell’Essere divino, dopo aver celebrato le nozze chimiche del Mercurio e dello Zolfo. Animula e Spirito. In copertina, la coscienza stabilita di sé, il vaso ermetico mistico.
Nelle prime tre opere (collage, acrilico, polveri e stucchi su tela) è il simbolo d’una tensione verso. Si percepisce il distacco da un cordone, una contrazione spasmodica, un’urgenza. V’è un pertugio oscuro, vi sono lettere dell’alfabeto latino, delle erre, evocatrici di razionalità. Qualcosa preme per uscire verso un mondo razionale. V’è curiosità, desiderio di scoperta, pena.
Nella quarta opera (affresco su tela) si dispiega la realtà governata da leggi geometriche, una realtà di limiti, di infiniti. Raggi e rette. Oro e luce.
Nella quinta, una chimera rampante rivela il dualismo, o prigionia dello spirito nella materia. Tre grumi di materia in una forma geometrica evocano il Mercurio, lo Zolfo ed il Sale. L’uomo.
Nella sesta e nella settima (affresco su tela e tecnica mista su tela) è la scoperta della morte. L’inevitabilità della fine come condizione. La seconda figura è distesa. I colori sono avorio, e sangue diffuso in gran copia.
L’ottava opera e la nona (ambedue a tecnica mista su pannello) segnano l’inizio dell’opera. Ciò che inizialmente è terra viene deposto nel crogiolo. Prevale il nero, colore della calcificazione. Ma già si percepisce l’inizio della proiezione. Il caos originario, viene ordinato con le lettere latine maiuscole A e Zeta. Assegnazione di un inizio ed una fine.
Il decimo e l’undicesimo dipinto (rispettivamente tecnica mista su tela ed affresco su tela) descrivono l’opera al rosso, conclusione della Grande Opera alchemica. Nell’una si delinea un cuore di color rubino, nell’altra, due lettere Zeta, latine maiuscole, certificano la fine positiva del procedimento.
Dodicesima opera (tecnica mista su tela). Dal dipinto affiorano numeri e scritti. Il pittore fa rientrare l’Opera nel sistema della razionalità divina. Un centro, il tutto ridotto finalmente ad Uno.
Nel tredicesimo e nel quattordicesimo dipinto (ambedue affreschi su tela) è raggiunta la serenità che viene dal ritorno dello spirito e della ragione alla Natura. La divinità originaria splende. Non è più separazione, dolorosamente necessaria alla conoscenza.
La quindicesima opera è un affresco su tela. Il vaso ermetico mistico dell’Athanor sanguina. Conoscenza, gnosis. Il ritorno è avvenuto, se mai distacco era stato, l’indiamento è compiuto.
Con la sedicesima opera (affresco su tela), è la definitiva proiezione al centro. Dio, scaturigine del numero.

Giuseppe Toffolo

 

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