Il simbolo unisce le cose che all'apparenza sono disparate. Ecco
perché la figura, oltre alla sua concretezza, può
anche raccontare 'altro', lontano dalla solidità della
cosa. Quando la figura se ne va e l'oggetto si vergogna a dichiararsi
tale, rimane una nostalgia, oppure altro; forse quello che la
tradizione pittorica ha deciso di chiamare "astratto".
In quel "tratto lontano da ogni cosa" si nascondono
le migliori insidie dell'interpretazione.
La pittura di Stefano Momentè non è astratta, non
abbandona la figura, perché sceglie volontariamente di
osservare oltre le apparenze, quelle che l'antica filosofia greca
o l'induismo, identificano proprio nella figura, nel corpo. In
questo "non dire" la figura, Momentè cerca il
simbolo. Così rimane l'evento, indagato per segni, dichiarato,
con i segni/lettere che, oltre a legarsi alla tradizione delle
tecniche pittoriche dell'avanguardia italiana, scelgono di parlare
chiaramente, con linguaggio noto ed ordinato. In quel caso si
è "dentro" la cosa (Sbirciando dal ventricolo
sinistro) ed il "guardare" si propone giustamente ambiguo,
per l'impossibilità di stabilire se ciò che vedo
è interno o esterno.
L'indagine, tra stabilità e mutamento, prova tecniche
miste che si alternano o si mischiano sulla tavola, la tela, la
iuta, nei modi incuriositi di come l'organico diventi inorganico
e viceversa: la polvere, il talco, il gesso, lo zucchero. Sostanze
primarie, Ida, nutrimento, ed allora causa prima di tutto ciò
che vive, come la nascita, il permanere e la morte, perché
se si sceglie il simbolo allora la strada si rivela proprio mentre
si nasconde ed anche la narrazione deve raccontare la contraddizione
ambigua, la difficoltà di capire, la mediazione e la meditazione.
Il bronzeo giallo di Pingala è vicino eppure lontano, il
custode della porta può spalancare il sole e permetterci
di vedere oltre. Il nostro cammino appartiene però alla
terra di mezzo (Tra Ida e Pingala si snoda la via) e ci rimane
il compito difficile di scegliere. La scelta può anche
fondarsi, affidarsi ai principi, alle virtù. Come il Prema,
l'amore (Prema, per me la prima virtù), osservando la sua
duplice capacità di unire le cose e di separarle. Ecco
perché Stefano Momentè non è un astrattista,
scegliendo invece l'indagine della figura, non negandola, ma scrutandola
al confine, poco prima del simbolo.
Aldo Trivellato

(…) La pittura astratta di Stefano Momentè è
sapienziale, in quanto esprime l’esigenza vitale di segretezza
e difficoltà del simbolo. (…)
La produzione di Momentè ha volutamente carattere alchemico,
come, del resto, dichiara lo stesso Artista. L’alchimia
è ricerca delle verità nascoste, degli archetipi,
a differenza della scienza, che non se ne cura ed al massimo cerca
cause prossime.
Come gli alchimisti, agli archetipi, alle verità intuite,
Stefano Momentè assegna dei nomi – per gli adepti,
Mercurio, Zolfo, Sale – o titoli, che scaturiscono per proiezione
dalla stessa opera, la integrano, la coagulano, divenendo con
essa una sola cosa.
prema per me la prima virtù/ tra ida e pingala si snoda
la via/ sbirciando dal ventricolo sinistro/ rette che si intersecano/
fuori e dentro di me/ dal due l’uno/ nascendo quotidie morimur/
ogni cosa increata/ l’inizio e la fine (e tutto ciò
che sta nel mezzo)/ esperienza alchemica a tecnica mista/ esperienza
alchemica ad affresco su tela/ alla continua ricerca di atlantide/
ab origine/ affresco su tela 1 e 2/ gnosis/ quattro numeri bastano
al creatore
Ai nomi corrispondono i colori. Nero, bianco, rosso, i colori
delle fasi dell’Arte Reale. Oro, il colore della proiezione.
Ma v’è anche del piombo.
La pittura di Momentè si esprime e comunica per mezzo di
allusioni simboliche. È mistica, nel senso che si pone
nei confronti della Natura con amore, con sommo rispetto, con
insopprimibile desiderio di assoluta appartenenza.
Il percorso degli uno più sedici (dieci la divinità,
sette il compimento della Grande Opera) dipinti ci pare il seguente:
io vaso mistico barlume primo sussulto fremito presa di coscienza
sé accanto al cuore m incontro al mondo razionale conflitto
universo geometrico dolore scoperta della duale io – alterità
fatica riduzione all’uno previsione di morte riflessione
della conquista mistica natura increata scorrimento continuo coincidenza
di fine ed inizio abbandono fiducioso conoscenza arcana ricerca
continua mito originario accoglienza luminosa divina natur.
Stefano Momentè, nelle sedici opere 2000 – 2002 riassume
la vicenda personale ed individuale dell’essere finito,
composto di sangue e carne, il Sale, ed il suo annullamento nell’Essere
divino, dopo aver celebrato le nozze chimiche del Mercurio e dello
Zolfo. Animula e Spirito. In copertina, la coscienza stabilita
di sé, il vaso ermetico mistico.
Nelle prime tre opere (collage, acrilico, polveri e stucchi su
tela) è il simbolo d’una tensione verso. Si percepisce
il distacco da un cordone, una contrazione spasmodica, un’urgenza.
V’è un pertugio oscuro, vi sono lettere dell’alfabeto
latino, delle erre, evocatrici di razionalità. Qualcosa
preme per uscire verso un mondo razionale. V’è curiosità,
desiderio di scoperta, pena.
Nella quarta opera (affresco su tela) si dispiega la realtà
governata da leggi geometriche, una realtà di limiti, di
infiniti. Raggi e rette. Oro e luce.
Nella quinta, una chimera rampante rivela il dualismo, o prigionia
dello spirito nella materia. Tre grumi di materia in una forma
geometrica evocano il Mercurio, lo Zolfo ed il Sale. L’uomo.
Nella sesta e nella settima (affresco su tela e tecnica mista
su tela) è la scoperta della morte. L’inevitabilità
della fine come condizione. La seconda figura è distesa.
I colori sono avorio, e sangue diffuso in gran copia.
L’ottava opera e la nona (ambedue a tecnica mista su pannello)
segnano l’inizio dell’opera. Ciò che inizialmente
è terra viene deposto nel crogiolo. Prevale il nero, colore
della calcificazione. Ma già si percepisce l’inizio
della proiezione. Il caos originario, viene ordinato con le lettere
latine maiuscole A e Zeta. Assegnazione di un inizio ed una fine.
Il decimo e l’undicesimo dipinto (rispettivamente tecnica
mista su tela ed affresco su tela) descrivono l’opera al
rosso, conclusione della Grande Opera alchemica. Nell’una
si delinea un cuore di color rubino, nell’altra, due lettere
Zeta, latine maiuscole, certificano la fine positiva del procedimento.
Dodicesima opera (tecnica mista su tela). Dal dipinto affiorano
numeri e scritti. Il pittore fa rientrare l’Opera nel sistema
della razionalità divina. Un centro, il tutto ridotto finalmente
ad Uno.
Nel tredicesimo e nel quattordicesimo dipinto (ambedue affreschi
su tela) è raggiunta la serenità che viene dal ritorno
dello spirito e della ragione alla Natura. La divinità
originaria splende. Non è più separazione, dolorosamente
necessaria alla conoscenza.
La quindicesima opera è un affresco su tela. Il vaso ermetico
mistico dell’Athanor sanguina. Conoscenza, gnosis. Il ritorno
è avvenuto, se mai distacco era stato, l’indiamento
è compiuto.
Con la sedicesima opera (affresco su tela), è la definitiva
proiezione al centro. Dio, scaturigine del numero.
Giuseppe Toffolo