I segni suoni di Stefano Momentè
Eravamo rimasti a segni lettere, per simboli parole destinate
a legare e separare. Il duplice, come impegno e limite (limes,
confine, soglia ) della pittura di Stefano Momentè, pareva
suggerire e quasi aspettarsi (ricompensa e gioco virtuoso) d’essere
(o mostrarsi?) uno.
Apparire è d’altronde vezzo della pittura, ma dietro
ad ogni apparenza il duplice pretende di mostrare la propria identità:
la sostanza. Ovviamente vale anche il viceversa e alla pittura
che non pretende di spiegare i simboli, ma li ama (è il
nostro caso), è propria la costanza del chiedere. Insoddisfatta
d’essere unità temporanea (persino scontenta d’essere
definita come unità) l’indagine è indecisa
tra la stabilità e la mutazione.
In bilico, la figura dipinta restava al confine, orlo e soglia,
eppure viaggio e percorso, significato e allusione.
Tra il dire e il non dire, il confine non è labile, ma
orgoglioso, e l’oltrepassare, allora, può essere
più o meno modesto, ma comunque deciso.
Coerente per indagine e pensiero, adesso Stefano Momentè
decide un segno suono, tracciando, per diverse materie e tecniche,
un detto e taciuto. La “sillaba” (taciuta ma tracciata)
è prima di tutto un “sì”, affermazione
precisa, assenso al mondo. Il senso è l’ordine, non
quello che presiede alla necessità di organizzare il disordine,
ma consenso: il riconoscimento ad una possibile visione del mondo
che sia ordinata, o meglio “regolare”.
La regola è propria del rito, che deve, per doverosa necessità,
essere sempre uguale a se stesso. Infinita e precisa ripetizione
di un mandare e rimandare, con malinconica passione per le radici
dei verbi parola.
Mentre traccia segni suoni, Stefano Momentè prega.
La fissità di chi guarda non dovrebbe comprendere. Perché
non c’è nulla da tenere assieme, salvo un eco profondo
che non ha a che fare con la pittura. Se è per questo,
nemmeno con le parole.
Aldo Trivellato